MANAGER SENZA LAVORO? Intervista ad Alberto Sportoletti

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MANAGER SENZA LAVORO? Intervista ad Alberto Sportoletti

MANAGER SENZA LAVORO? OK COMPETENZE, MA SENZA PROATIVITA’ NON C’E’ FUTURO

Intervista ad Alberto Sportoletti di Gianmarco Gallizzi – 10 aprile 2017

«Quando qualcuno perde il lavoro non deve ritrovarsi solo. Altrimenti prevalgono solitudine e frustrazione. È fondamentale “un accompagnamento”, la creazione di un rapporto stretto che contribuisca a rimettere in moto la persona. Perché in una fase così particolare è facile che si venga schiacciati dalla situazione e ci si blocchi, o addirittura si pensi di non avere più speranze».

Il dramma di arrivare intorno ai 50 anni con un’ottima posizione professionale e un adeguato stipendio, e perdere tutto in un attimo. A spiegarlo a BiMag è Alberto Sportoletti, amministratore delegato di una società di consulenza, la Sernet, molto attiva nel campo delle ristrutturazioni aziendali. Parte del suo tempo, assieme a un’ottantina di altri volontari, lo dedica però a Retemanager, di cui è presidente.

RETEMANAGER AIUTA I DIRIGENTI CHE HANNO PERSO IL LORO LAVORO

Si tratta di un’iniziativa non-profit nata nel 2006 allo scopo di dare una chance di rilancio a manager e imprenditori che a un certo punto della loro vita incontrano un momento di seria difficoltà.

«Lo scopo principale non è però trovare lavoro alle persone. Questo capita in un numero limitato di casi. L’obiettivo è soprattutto “riattivare” chi si rivolge a noi, in modo che possa riconquistare motivazioni e sia in grado di cercare nuove opportunità professionali con maggiore determinazione. Nell’80 per cento dei casi sono loro stessi a trovare autonomamente lavoro dopo essersi rimessi in moto grazie ai nostri tutor».

TROPPO SPESSO SI SBAGLIA ATTEGGIAMENTO

Sì, perché il lavoro dev’essere un punto di arrivo alla fine di un percorso umano che non può essere eluso: «A volte la causa della perdita del lavoro non è “il sistema” che ci è ostile, ma siamo vittime di un nostro atteggiamento sbagliato, che va cambiato. Altrimenti il rischio è che, pur avendo trovato un’occupazione alternativa, dopo sei mesi ci si trovi di nuovo al punto di partenza».

Ma qual è allora l’atteggiamento corretto? «Aperto, curioso, sempre disponibile a imparare… In una parola? Proattivo. È un elemento quasi più importante delle stesse competenze. Le aziende cercano sempre più spesso “un atteggiamento” nelle persone. Delle non cognitive skill, per dirla come il premio Nobel James Heckman».

QUANDO INIZIA LA CARRIERA BISOGNA CERCARE MAESTRI NON SOLDI

Dopo la laurea si dovrebbe cercare un’azienda in cui ci sia la possibilità di imparare da qualcuno. È la migliore assicurazione sul nostro futuro

E gli errori che commettono in tanti, troppi, hanno origini lontane. «Nel corso degli anni, ci siamo resi conto che il problema spesso inizia subito dopo la laurea: il fatto di orientare in un certo modo la propria carriera, secondo alcuni criteri e non altri, influenza significativamente quella che, vent’anni dopo, sarà la possibilità di avere una professionalità solida e rivendibile sul mercato».

Sportoletti lo sottolinea con chiarezza: «Non è sufficiente laurearsi bene in ottime facoltà se i primi criteri per la scelta del lavoro sono lo stipendio, la vicinanza da casa, la presenza di benefit come l’auto aziendale…». I benchmark corretti devono essere altri. «Ci si dovrebbe semplicemente chiedere: con chi andrò a lavorare? In quel contesto c’è una persona che mi può insegnare il mestiere, un maestro? Ovvero: cosa imparerò in quella realtà? Questo dev’essere il criterio. Prima ancora di pensare allo stipendio. Perlomeno nei primi dieci anni di carriera».

MAI NEGARE LA REALTÀ, NEPPURE A SE STESSI

Più facile a dirsi che a farsi, forse. «Guardi, io stesso ho avuto momenti di discontinuità professionale e ho capito molto bene che il valore del lavoro non può essere ridotto al fatto di portare a casa uno stipendio, che è comunque essenziale per vivere. Il vero valore è la possibilità di conoscere te stesso in azione, vedere cosa sai e puoi fare. Metterti alla prova».

E del resto siamo talmente legati al ruolo e ai benefici che ne conseguono che si prova quasi un senso di vergogna quando il lavoro scivola di mano, come se a essere messa in discussione fosse tutta la nostra vita.

«Non di rado troviamo persone che hanno difficoltà a raccontare la situazione per quella che è. Non riescono a farlo subito. Si gira intorno al problema. Ricordo il caso di un manager cinquantenne che non aveva il coraggio di dire alla moglie che era stato licenziato. Per più di un mese ha continuato a uscire di casa alla mattina alla solita ora con la sua valigetta. Ma presto o tardi arriva il momento in cui devi “toglierti la divisa” e guardare in faccia la realtà. Chiederti cos’è successo e perché non si ha più un lavoro. E non certo per darsi delle colpe o farsi del male, ma solo per individuare le cause su cui poi agire. Ci si può mettere un po’, ma quando si raggiunge questa consapevolezza è già iniziata la ripartenza. Raccontare e raccontarsi storie false, o vere solo parzialmente, è rischioso. Per poter guardare avanti bisogna sempre partire dalla realtà».

ESSERE PROATTIVI NON È SOLO NECESSARIO, PER UN MANAGER È DECISIVO

Quando ci sono problemi in azienda vince sempre chi non rimane in attesa, passiva e lamentosa, che le soluzioni piovano dal cielo

Ma cosa serve davvero per rimettersi in pista dopo una caduta, cos’è attraente per le imprese? «Comunicare la voglia di mettersi insieme a risolvere problemi, piuttosto che far intendere di ambire semplicemente a ricoprire un ruolo». E per essere ancora più incisivo, Sportoletti chiude con un aneddoto.

«Una volta un piccolo imprenditore vimercatese del settore hi-tech mi disse: “Stiamo crescendo ma non ho a disposizione una direzione del personale per reclutare persone. Faccio da me. Tuttavia ho quattro criteri molto chiari in testa che seguo sempre. Innanzitutto voglio persone che abbiano voglia di lavorare. Devono altresì essere oneste e affidabili. Le competenze? Sono importanti, ma so già che non saranno adeguate alla nostra attività e che in parte servirà un po’ di formazione».

Fin qui nulla di strano. «La cosa più importante però, mi spiegò convinto, è la proattività. Quando testo una persona, gli do un problema da risolvere e un certo tempo a disposizione. Non mi aspetto che mi dia la soluzione giusta, voglio soltanto vedere come si muove per trovarla. Se va in giro a chiedere, si informa, si comporta appunto in modo “proattivo”, capisco allora che è la persona giusta. Se si siede e si lamenta di non avere gli strumenti a disposizione, significa che qualcosa non va. È normale che in un’azienda, in una pmi soprattutto, non ci siano sempre a disposizione gli strumenti e le informazioni necessari, ma i problemi in qualche modo vanno risolti lo stesso. E c’è chi riesce a farlo».

gianmarco.gallizzi@bimag.it