Ritrovare il lavoro: un bisogno reale e un’opportunità personale!
Nella nostra esperienza di Retemanager di aiuto a chi ha perso il lavoro e ne sta cercando uno nuovo abbiamo nel tempo sviluppato e consolidato una traccia di percorso ideale in cinque passi che intendiamo ora riproporre a singoli step per suscitare e favorire un dialogo più ampio di approfondimento su un tema così cruciale non solo per le persone lo vivono ma anche per le aziende che sono alla ricerca di candidati qualificati per il loro sviluppo. Il primo passo del nostro percorso consiste sostanzialmente nell’opzione tra il muoversi da soli nella ricerca e senza adeguato ripensamento di quanto è accaduto o nell’accettare di condividere questo lavoro e questa fatica con qualcun altro con cui confrontarsi… beninteso a condizione che questo qualcun altro sia un partner affidabile e rispettoso del bisogno e del desiderio che incontra.
In recenti workshop su tali temi, abbiamo inteso mettere in comune, dialogando con esperti del settore, i punti di consapevolezza via via acquisiti nel tempo nella nostra esperienza di Retemanager come affiancamento e aiuto a manager e quadri che hanno perso il lavoro, ripercorrendo insieme il processo di ricerca di un nuovo lavoro nei suoi vari passi, evidenziandone i punti chiave e gli aspetti critici, non per presumere di poter dettare uno standard cui ci si debba conformare ma, al contrario, per far sì che ciascuno, disponendo di una ‘traccia di percorso, possa più creativamente e liberamente decidere come costruire e sviluppare il proprio personale percorso di ricerca. Ecco qui ora, liberamente sintetizzato ed ulteriormente approfondito, un percorso possibile in 5 passi (o tappe) da prendere in considerazione per la ricerca di un nuovo lavoro.
Primo passo: muoversi “subito e da soli”… o “preparati e insieme a qualcun altro”?
Il momento della perdita del lavoro è poco o tanto un evento traumatico, c’è una ferita che si riceve e che rimane aperta, ci sono dei motivi da capire in profondità, c’è un ripensamento che occorre fare. Vari sono i rischi che si possono correre in questa fase tra i quali spesso ci sono la fretta di ripartire e l’andare da soli, non riflettendo a sufficienza su quanto è successo. Quando si è perso il lavoro e immediatamente prima di rimettersi a cercarne uno nuovo conviene fermarsi un attimo a ‘pensare’ quanto è accaduto, dico ‘pensare’, perché il doppio rischio – o quello di ‘rimuginare’ continuamente sul quel che è successo e sulle ingiustizie subite o quello di censurare l’evento e fare come se nulla fosse accaduto- incombe ed è bene prenderlo accuratamente in considerazione, proprio per poterlo meglio superare.
Ma prima ancora di fare questa operazione, che è soprattutto di incremento di auto-consapevolezza, sarà bene verificare di aver chiuso bene tutte le pendenze rispetto al rapporto di lavoro cessato. Forse può apparire questo come un richiamo inutile o ovvio, ma è bene farlo perché in non rari casi capita di imbattersi in persone, soprattutto manager e dirigenti, che hanno sottovalutato l’importanza e l’utilità di assicurarsi l’ingresso al trattamento di disoccupazione, ora NASpI, che garantisce oltre a un non trascurabile sostegno economico anche e soprattutto due anni (per la precisione il 50% del periodo lavorato negli ultimi 4 anni) di contribuzione figurativa. Dico questo in relazione a possibili trascuratezze sul rilievo della sede della conciliazione di lavoro o sulla qualificazione giuridica di somme riconosciute in coincidenza con la cessazione del rapporto, sede e qualificazione che, se non gestiti oculatamente e con un buon avvocato, possono comportare la perdita della NASpI, per mancanza del requisito del licenziamento o di disoccupazione involontaria. Premessa questa cautela forse ovvia ma non inutile (“repetita iuvant”), converrà riflettere su quanto è accaduto.
Il momento della perdita di lavoro, e questo quanto più si è in alto nella scala gerarchica, è inevitabilmente un evento traumatico: fare come chi tenta di rialzarsi subito dopo una brutta caduta, forse non è la cosa migliore. Meglio quindi valutare un attimo le conseguenze, cercare di capire ‘se si è rotto qualcosa’ (e magari anche perché questo è accaduto)…e solo dopo riprendere la corsa o il cammino. L’evento della caduta -è certamente lecito usare questa metafora per la perdita del lavoro- pur traumatico che sia, se guardato con spirito aperto e critico, di chi vuole cercare di apprendere da ogni situazione, può attivare dei cambiamenti nel modo di concepirsi e di porsi che possono permetterci o di correggere certi aspetti non ottimali che potremmo anche riconoscere come ‘con-cause’ di un fatto comunque oggettivo e ‘neutro’ (come è oggi la modalità prevalente di risoluzione dei rapporti di lavoro, dimissioni a parte, che è quella del licenziamento per giustificato motivo oggettivo) o di cambiare il nostro sguardo sul lavoro, diventando capaci di acquisire una maggiore maturità, flessibilità e qualità professionale.
Quante persone, per esempio, nella nostra esperienza in ReteManager ci è capitato di incontrare che hanno saputo far tesoro, in un senso di maggiore consapevolezza e maturità umana e professionale di quanto era loro accaduto, riconoscendo anche e modificando aspetti prima sottovalutati. Insomma persino un fenomeno chiaramente doloroso come una caduta può potenzialmente ed auspicabilmente generare una ripresa, più autentica ed utile, a condizione pero’ di accettare la sfida di una riflessione costruttiva. Anche e forse soprattutto in questo passaggio così umanamente delicato, sarà tutt’altro che inutile accettare di dialogare e di confrontarci con qualche persona di fiducia, proprio per poter meglio apprendere qualcosa da quello che è accaduto. Quanto più questa apertura e desiderio di capire saranno presenti in noi, tanto più e tanto meglio potremo rimetter mano al lavoro –perché di vero e proprio lavoro si tratta!-. quello di mettersi alla ricerca un nuovo lavoro.