“Cercando lavoro, ho ritrovato una direzione”

La testimonianza di una nostra candidata che, a seguito di una perdita di salute con conseguenze serie, ha dovuto lasciare la libera professione per cercare collocamento come dipendente. Ci auguriamo che gli spunti di sguardo e metodo che ha sviluppato nella sua esperienza possano aiutare tutti coloro che stanno attraversando una fase di discontinuità professionale.

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Sei passaggi di un percorso non solo professionale

Quando ho iniziato la mia ricerca, pensavo di dover cercare un lavoro. Poi ho capito che cercavo anche stabilità, un modo sostenibile per rimettermi in gioco. Venivo da 25 anni di libera professione: esperienza, competenze, relazioni. Ma dovevo imparare a raccontarle in modo nuovo, comprensibile per il lavoro dipendente, per persone che non mi conoscevano.

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Fase 1. Non cercavo solo un lavoro. Cercavo un contesto.

All’inizio pensavo di cercare un’occupazione. In realtà, cercavo un contesto in cui tornare a lavorare senza reggere tutto da sola. Dopo tanti anni da libera professionista, ero abituata a tenere insieme clienti, reddito, continuità, futuro. Ma in quel momento non potevo, e forse non volevo più, essere l’unico punto di tenuta di tutto. Il lavoro dipendente, per me, non sarebbe stato solo un contratto, ma un contenitore: un luogo più stabile, più leggibile, più protetto.

Lezione 1: ripartire significa capire quale contesto può rendere di nuovo possibile il lavoro.

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Fase 2. Ho capito che la regia sarebbe stata mia.

A livello istituzionale, mi aspettavo un orientamento e una strada un po’ più tracciata. Invece mi è stato detto che dovevo arrangiarmi. È stata una vera porta in faccia. Ho provato rabbia, smarrimento e senso di abbandono: non sapevo come muovermi, dopo 25 anni di libera
professione e con una salute cambiata. Quella porta chiusa mi ha costretta a capire che nessuno avrebbe preso in mano la ricerca del lavoro al posto mio. Potevo ricevere consigli, contatti, supporti. Ma la direzione era mia.

Lezione 2: non avevo ancora una strada. Ma dovevo essere io a cominciare a costruirla.

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Fase 3. Gli aiuti arrivano, ma bisogna imparare a orientarli.

A un certo punto gli aiuti sono arrivati. E sono stati importanti. La tutor del Collocamento Mirato mi ha aiutata su curriculum, competenze e possibile ruolo da dipendente. Poi sono entrata in Retemanager: incontri, confronti, contatti, ipotesi, e l’affiancamento prezioso dei miei due tutor. La rete ha cominciato ad allargarsi. Ma l’aiuto non diventa automaticamente una strada: arriva in frammenti utili, ma non sempre ordinati.

Lezione 3: non basta ricevere aiuto. Bisogna scegliere, ordinare, filtrare. Dentro quei frammenti devi provare a vedere e costruire una possibile direzione.

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Fase 4. Il mercato ha risposto con il silenzio.

Poi è arrivata la fase operativa: annunci, candidature, application online. Mi candidavo su posizioni sensate. Erano candidature ragionate, ma quasi sempre a freddo. E il mercato ha risposto soprattutto con il silenzio. Anche sulle posizioni per categorie protette non arrivavano colloqui. È stato molto faticoso. Il dato è diventato chiaro: molte candidature, nessun colloquio da quei canali. I pochi colloqui arrivati erano nati da relazioni personali.

Lezione 4: il valore professionale non viene riconosciuto automaticamente. Va tradotto, accompagnato, fatto arrivare alle persone giuste.

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Fase 5. Cambiare porta d’ingresso non significa svalutarsi.

A quel punto, ho capito che non bastava insistere. Dovevo cambiare rotta. Avevo percepito diffidenza verso le categorie protette: come se fossero già un onere. E un profilo senior non incasellabile lo era ancora di più. Così ho costruito un CV più pragmatico, orientato anche al back office. Non perché quella fosse tutta la mia identità professionale, ma perché poteva essere una porta d’ingresso più leggibile: entrare, farmi conoscere, portare affidabilità, e da lì mettere in gioco il mio valore più ampio. Dopo mesi di silenzio, qualcosa si è mosso: chiamate, colloqui, contatti.

Lezione 5: cambiare porta d’ingresso non significa svalutarsi. Significa rendersi più leggibili, e intanto darsi l’opportunità di mettere in gioco competenze e valore.

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Fase 6. Il CV apre alcune porte. La rete può aprire quella decisiva.

Nel frattempo, anche grazie ai miei tutor di Retemanager, ho continuato ad ampliare la rete. Ho parlato con amici, ex colleghi, nuove conoscenze, contatti di contatti. Non era una strategia lineare, ma un movimento continuo: raccontarmi, ascoltare, aprire possibilità. Da lì è arrivato il passaggio decisivo: un vecchio collega mi ha rimessa in contatto con una persona conosciuta venticinque anni prima. Da quell’incontro è nato quello con l’organizzazione che mi avrebbe assunta. Lì ho sentito qualcosa di diverso: non stavano guardando solo la categoria protetta, la fragilità o un CV difficile da incasellare. Stavano vedendo un intreccio tra la mia storia, la formazione e il loro bisogno di sviluppare percorsi per le aziende. Da lì è nata una proposta: occuparmi di formazione e contribuire a progetti e strategie formative.

Lezione 6: il CV può aprire alcune porte. Ma la rete, quando è fatta di relazioni vere, può aprire quella decisiva.

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Conclusione. La corrente e la rotta.

L’apprendimento più grande è stato stare dentro due movimenti opposti. Da una parte, accettare che non tutto si controlla. Anzi, che controlliamo davvero poco. Non controlli le risposte, i silenzi, le porte che si chiudono, i tempi degli altri. E questo, a tratti, mi ha fatto sentire impotente. Dall’altra parte, però, ho capito che non controllare tutto non significa smettere di scegliere. Per me ha voluto dire continuare a parlare con le persone, chiedere aiuto, ascoltare, filtrare, cambiare strategia, lasciare andare strade che non funzionavano.

E poi, dentro questo movimento, è successo qualcosa di inatteso: una persona che si ricorda di te, un contatto che riemerge dopo venticinque anni, una possibilità che nasce da una relazione, più che da una candidatura. La ricerca non è stata solo metodo o strategia. È stata una questione di relazioni. La regia è stata mia, ma non sono mai stata sola. Ho avuto accanto persone importanti: mi hanno aiutata a leggere quello che accadeva, a restare in contatto con la realtà, a non chiudermi nello scoraggiamento. Non hanno scelto al posto mio. Mi hanno aiutata a continuare a scegliere.

Forse la sintesi è questa: gran parte di quello che è successo non è stato scelto da me. Ma dentro quello che accadeva, di volta in volta, io ho continuato a scegliere. E ho potuto farlo anche perché non ero sola. Alla fine, non ho trovato solo un lavoro. Ho ricominciato a riconoscere una mia direzione.